Vuoi guarire?

Vuoi guarire?

Nel racconto del Vangelo secondo Giovanni il cieco nato vive immerso in una condizione che sembra definire interamente il suo essere. La cecità appare come destino, come identità già scritta. L’incontro con Cristo introduce una frattura in questa evidenza.

Ogni guarigione evangelica è preceduta da una domanda che risuona come appello alla libertà: vuoi guarire?
La domanda restituisce centralità al soggetto. La guarigione non si impone dall’esterno come automatismo sacro. Chiede adesione, desiderio, volontà.

Voler guarire significa accettare una trasformazione radicale della propria forma di vita. La cecità può diventare un luogo abitato, una posizione riconoscibile, quasi una protezione. La luce espone. La luce obbliga a vedere il reale, con la sua complessità e le sue richieste.

Cristo impasta fango e saliva, tocca la terra, invia alla piscina di Siloe. Il gesto divino coinvolge il corpo e la decisione. Il cieco deve alzarsi, camminare, compiere un atto. La grazia si offre, la volontà la accoglie.

La forza della guarigione si radica in questa cooperazione misteriosa tra dono e scelta. Senza desiderio di luce la luce resta esterna. Senza volontà di cambiare la ferita si trasforma in identità stabile.

Il miracolo diventa così paradigma esistenziale. Ogni essere umano porta in sé zone d’ombra. La domanda ritorna in forme diverse: vuoi restare nella tua definizione o vuoi attraversarla? Vuoi continuare a nominarti attraverso la mancanza o desideri una forma nuova di presenza?

La guarigione autentica nasce quando il soggetto assume la propria libertà. La luce entra dove esiste una volontà pronta ad accoglierla.



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