Sii felice: il nuovo dominio

Sii felice: il nuovo dominio

“Una ragazza mi dice:

Tutti mi dicono che devo stare bene, e io mi sento sbagliata perché non ci riesco.”

Non parla soltanto una ragazza. Parla un’epoca.

Oggi la felicità ha cambiato volto. Non appare più come una grazia, un accadimento, una fioritura fragile della vita. È diventata una prestazione. Una competenza da possedere. Un segno di riuscita personale.

Non basta vivere. Bisogna vivere bene.

Non basta attraversare ciò che accade. Bisogna trasformarlo subito in crescita.

Non basta soffrire. Bisogna dimostrare di saperne uscire in fretta, meglio di prima, possibilmente con una frase luminosa da consegnare agli altri.

In questo modo l’interiorità viene colonizzata.

Il neoliberismo non si accontenta più del nostro tempo, del nostro corpo, della nostra produttività. Vuole anche il nostro paesaggio interiore. Vuole emozioni ordinate, desideri funzionali, ferite già convertite in motivazione. La vita psichica viene trattata come un’impresa da amministrare.

E l’adolescente, che vive una stagione di passaggio, frattura e dismisura, si trova gettato dentro un comando impossibile: devi essere felice proprio mentre non sai ancora chi sei.

La nuova formula del dominio recita: sii felice.

È una formula violenta proprio perché sembra benevola. Non minaccia, incoraggia. Non reprime, motiva. Non vieta, invita. Eppure produce una nuova solitudine: se non sei felice, la colpa è tua. Se non riesci a stare bene, non hai lavorato abbastanza su te stesso. Se soffri, sei tu che non sai gestirti.

Così il dolore viene privatizzato. Perde il suo legame con il mondo, con le relazioni, con la storia, con il contesto. Diventa un difetto individuale. Una mancanza di performance emotiva.

E qui accade qualcosa di decisivo: l’altro scompare e diventa un avversario.

Una felicità pensata come autoaffermazione assoluta non sopporta l’alterità. L’altro porta limite. Non coincide con il mio bisogno. Non risponde sempre al mio tempo. Mi espone, mi contraddice, mi chiede responsabilità.

Per questo, quando la felicità viene ridotta ad acquisizione, l’altro diventa facilmente un ostacolo. Deve adattarsi, confermare, rassicurare. Se invece resiste, domanda, delude, viene espulso.

Ma la felicità profonda non nasce dal possesso. Nasce anche dalla perdita.

Nasce quando l’io smette di voler coincidere con la propria immagine. Quando accetta di non essere onnipotente. Quando scopre che amare significa esporsi, attendere, dipendere, mancare. Con gli adolescenti questo è decisivo.

Molti ragazzi non hanno bisogno di adulti che ripetano: devi stare bene. Hanno bisogno di adulti capaci di reggere il loro non stare bene senza trasformarlo subito in emergenza, fallimento o problema da correggere.

Hanno bisogno di qualcuno che sappia dire, anche senza dirlo:

non sei sbagliato perché soffri.

non sei in ritardo perché sei confuso.

non sei meno degno perché non riesci ancora a dare un nome a ciò che senti.

La felicità imposta chiude la parola.

La presenza la riapre.



Acquista libro
Info
×