Ragazzi invisibili
Sempre più spesso ascolto storie di adolescenti che si chiudono nel proprio mondo, smettendo di andare a scuola, isolandosi in classe, restando muti di fronte alla vita. Il loro non è un silenzio carico di significato, ma un muro di gomma contro cui ogni tentativo di contatto sembra rimbalzare. Sono i casi più difficili, perché, se la ribellione è un urlo che chiede risposta, la passività è una resa silenziosa, un abbandono interiore che lascia senza appigli.
Questi giovani sono stati privati della speranza. Vivono in un’epoca che misura il valore di una persona in base alla sua performance: chi ce la fa è degno di esistere, chi resta indietro è un fallito. La scuola, il lavoro, i social media – tutto sembra dire loro che devono essere sempre all’altezza, sempre allineati, sempre produttivi. E chi non riesce a reggere il ritmo, semplicemente, si spegne.
Ma la vita non è solo riuscire. La vita è anche pausa, errore, ricerca, possibilità di non sapere chi sei e dove stai andando. Bisogna ricordarlo a questi ragazzi, ma prima ancora bisogna ricordarlo a noi stessi. Perché non sono loro il problema, siamo noi: una società che non lascia spazio alla fragilità, alla lentezza, all’umanità.
Forse il compito più grande oggi non è convincere gli adolescenti a “riattivarsi”, ma creare un mondo in cui valga la pena restare. Un mondo in cui il valore di una persona non dipenda solo dal suo successo, ma dal suo essere viva, presente, in relazione con gli altri.
Abbiamo il dovere di bussare a quel silenzio, con rispetto, con pazienza. E soprattutto, con l’umiltà di riconoscere che la loro chiusura è lo specchio di qualcosa che abbiamo smesso di vedere.