Obiettivi senza Sé

Obiettivi senza Sé

Quando l’obiettivo non nasce dal Sé

Un ragazzo che ho incontrato allo sportello d’ascolto parlava con una chiarezza che, all’inizio, poteva ingannare. Il suo obiettivo era semplice, pronunciato senza esitazioni: riconquistare la ragazza che lo aveva lasciato. Tutto, nel suo discorso, tendeva verso quel punto. La sofferenza trovava lì una direzione, il tempo una promessa, l’identità una forma provvisoria. L’obiettivo rendeva il dolore abitabile.

Sarebbe stato possibile accompagnarlo lungo quella direzione, rafforzarne la determinazione, trasformare la ferita in progetto. Sarebbe stato persino coerente con molte pratiche di orientamento. E tuttavia, restando nell’ascolto, senza aderire subito alla richiesta, è emersa un’altra verità.

La relazione non era stata un incontro tra due libertà. Lei era stata progressivamente occupata, schiacciata da una presenza che aveva smesso di lasciare spazio. In quel caso, l’obiettivo non parlava di amore né di futuro, ma del rifiuto della perdita, dell’impossibilità di accettare un limite, del bisogno di ripristinare un’immagine di sé infranta. Se quell’obiettivo fosse stato assunto come autentico, lo avrei accompagnato verso una realizzazione che negava l’altro e, insieme, congelava il soggetto in una forma irrigidita della propria ferita.

Da qui prende forma una domanda più ampia: che cosa sono, davvero, gli obiettivi degli adolescenti?

L’obiettivo come risposta all’indeterminatezza

Quando un adolescente parla dei propri obiettivi, raramente sta indicando una direzione futura. Sta cercando una forma che renda abitabile il presente. L’obiettivo, in questa fase dell’esistenza, funziona come una struttura provvisoria, una architettura minima che consente di stare mentre l’identità è ancora esposta.

L’adolescenza non coincide con un Sé raccolto. È uno spazio attraversato da forze che eccedono il controllo: desideri senza nome, affetti che destabilizzano, immagini di sé che mutano rapidamente. In questo campo aperto, l’obiettivo svolge una funzione regolativa: restringe l’orizzonte, riduce la vertigine dell’apertura, offre un punto di appoggio. Prima di essere una scelta, è una risposta all’indeterminatezza.

Obiettivi prestati

Molti obiettivi non nascono dal Sé. Nascono da parole già dette, da percorsi già tracciati, da immagini di riuscita che circolano come garanzia di senso. L’adolescente li assume perché rendono leggibili, perché permettono di restare dentro una trama condivisa, perché evitano l’esposizione di una domanda ancora informe.

L’obiettivo prestato possiede una chiarezza rassicurante. È spiegabile, difendibile, socialmente riconosciuto. Offre un’identità temporanea che protegge dalla dispersione. Questa chiarezza, però, appartiene più al discorso che all’esperienza. Il soggetto può portarla avanti senza sentirla davvero, come si porta un nome che altri hanno pronunciato prima.

In questo movimento, il desiderio resta sospeso. Rimane in attesa di un tempo che ancora non trova spazio.

Obiettivi difensivi

Esistono obiettivi che nascono per contenere. L’adolescente sceglie ciò che riduce il rischio, ciò che limita l’esposizione, ciò che permette di evitare il contatto con parti di sé vissute come troppo fragili o troppo intense. L’obiettivo diventa una forma di protezione, una strategia di tenuta.

Queste scelte parlano una lingua silenziosa. Raccontano una sensibilità che cerca stabilità, una necessità di continuare a muoversi senza disorganizzarsi. L’obiettivo difensivo non espande il campo dell’esperienza: lo rende sopportabile.

Obiettivi reattivi

Altri obiettivi prendono forma come gesto di separazione. Nascono dal bisogno di sottrarsi a una definizione percepita come soffocante, di affermare una distanza, di incidere una frattura. In questi casi l’obiettivo è carico di energia, perché nasce dal conflitto.

Il futuro diventa un luogo simbolico in cui collocarsi per non restare imprigionati nel presente. Questa funzione è essenziale nel processo di differenziazione. Tuttavia, quando l’obiettivo resta legato unicamente alla reazione, fatica a trasformarsi in orientamento. Vive finché la tensione lo sostiene.

Quando l’obiettivo precede l’esperienza

In tutte queste configurazioni, l’obiettivo arriva prima dell’esperienza. Occupa uno spazio che avrebbe bisogno di essere abitato dall’ascolto, dal sentire, dalla permanenza nell’incertezza. Diventa una risposta anticipata a una domanda che non ha ancora trovato parola.

Qui si colloca una responsabilità decisiva: distinguere tra un obiettivo che nasce come esito di un attraversamento e un obiettivo che serve a evitare l’attraversamento stesso.

Quando l’obiettivo può nascere dal Sé

L’obiettivo che nasce dal Sé arriva tardi. Arriva quando il soggetto ha potuto sostare abbastanza a lungo nella propria esperienza da riconoscerne le risonanze. Non serve più a difendere o a reagire. Serve a esprimere.

È una direzione sobria, poco esibibile, priva di enfasi. Non promette una soluzione definitiva. Rimane esposta al cambiamento, perché nasce da un contatto vivo con ciò che accade.

L’essere umano diventa se stesso solo attraversando ciò che lo disorienta, e gli obiettivi che nascono dal Sé portano traccia di questo attraversamento.

Disperazione e identità

Søren Kierkegaard scrive che «la disperazione più profonda è voler essere se stessi senza diventarlo». Molti obiettivi adolescenziali abitano questo scarto: fissano un’identità prima che essa abbia avuto il tempo di emergere dall’esperienza. In questa tensione, l’obiettivo può irrigidirsi e trasformarsi in una risposta che precede la domanda.

Restare accanto a questo scarto, senza colmarlo prematuramente, significa riconoscere che il divenire precede ogni forma definitiva. È in questo tempo sospeso che l’identità, lentamente, prende parola.



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