Non voglio niente
Quando la svogliatezza nasconde una perdita di contatto con sé
Ci sono adolescenti ai quali chiediamo continuamente che cosa vogliano fare, quale scuola scegliere, quale futuro immaginare, quali obiettivi raggiungere. La domanda sembra legittima, quasi inevitabile. Eppure sempre più spesso arriva una risposta che disorienta gli adulti: «Non lo so». Oppure una parola ancora più radicale: «Niente».
La prima interpretazione è quasi sempre morale. Quel ragazzo appare svogliato, poco motivato, privo di volontà. Gli si chiede allora di impegnarsi di più, di reagire, di trovare un interesse, come se il desiderio fosse una funzione che possa essere attivata attraverso un richiamo alla responsabilità. In realtà esiste una condizione molto più complessa, nella quale il problema riguarda meno la volontà e più il rapporto che il soggetto intrattiene con ciò che potrebbe desiderare.
Volere e desiderare appartengono infatti a regioni differenti dell’esperienza. La volontà organizza un movimento verso qualcosa che è già stato riconosciuto. Il desiderio viene prima. È ciò che rende qualcosa degno di essere voluto. Prima di poter dire «voglio andare lì», deve esistere un luogo verso il quale sentiamo una tensione. Quando questa tensione si spegne, la volontà rimane senza oggetto e ogni richiesta di maggiore impegno assomiglia al tentativo di chiedere movimento a qualcuno che ha perduto la direzione.
Molti adolescenti sembrano vivere proprio questa esperienza. Hanno davanti un numero enorme di possibilità e faticano a sentirne una come propria. Conoscono percorsi, professioni, modelli di riuscita, immagini di vita; tutto appare disponibile e contemporaneamente distante. Possono dire ciò che sarebbe conveniente scegliere, ciò che i genitori si aspettano, ciò che garantirebbe maggiore sicurezza, ciò che il gruppo considera desiderabile. Più difficile diventa rispondere a una domanda elementare e insieme vertiginosa: che cosa mi riguarda davvero?
Il desiderio ha bisogno di uno spazio interiore nel quale qualcosa possa risuonare. La nostra epoca offre invece una quantità impressionante di oggetti già investiti di desiderabilità. Prima ancora che il ragazzo possa sentire una propria mancanza, qualcuno gli suggerisce ciò che dovrebbe voler colmare; prima che incontri una domanda, incontra una risposta; prima che maturi un’immagine possibile del futuro, ne riceve centinaia già confezionate.
Dentro questa saturazione il desiderio rischia di diventare indistinguibile dall’aspettativa. Il ragazzo dice di voler avere successo, guadagnare, essere riconosciuto, costruire un certo tipo di vita, eppure quelle parole possono restare stranamente prive di energia. Sono obiettivi conosciuti, molto meno desideri sentiti. Appartengono al linguaggio del mondo prima ancora che alla storia del soggetto.
Il desiderio autentico possiede invece qualcosa di inquietante, perché ci espone a ciò che ancora manca. Nasce in una distanza, in una incompiutezza, in un punto nel quale sentiamo che la nostra vita potrebbe prendere una forma diversa. Per questo desiderare comporta sempre un rischio. Significa riconoscere che qualcosa ci importa e, proprio per questo, accettare anche la possibilità di perderlo, di fallire, di essere delusi.
Rinunciare al desiderio può diventare allora una forma di protezione.
Un adolescente che ha sperimentato molte delusioni può imparare che desiderare costa troppo. Uno che vive sotto aspettative elevate può preferire l’indifferenza alla possibilità di fallire. Uno che ha continuamente ricevuto obiettivi dall’esterno può perdere la familiarità con ciò che nasce dentro di sé. In questi casi «non mi interessa» possiede una profondità maggiore di quella che attribuiamo alla frase. Può significare: se niente mi importa davvero, niente può ferirmi fino in fondo.
L’apatia diventa così una soluzione provvisoria al rischio dell’esistenza.
Qui l’adulto commette facilmente un errore, perché reagisce al vuoto aumentando la pressione. Propone attività, costruisce obiettivi, moltiplica occasioni, insiste sulla necessità di scegliere. Ogni nuova proposta può però aumentare la distanza del ragazzo da sé, soprattutto quando egli sente che dovrebbe provare un entusiasmo che ancora manca.
Il desiderio sopporta poco l’imperativo.
Dire a qualcuno «devi trovare ciò che ti appassiona» contiene una contraddizione profonda. La passione diventa un dovere, il desiderio una prestazione, perfino la ricerca di sé entra nel linguaggio dell’efficienza. L’adolescente finisce così per sentirsi inadeguato anche perché non riesce a desiderare abbastanza.
Il compito educativo assume allora una forma diversa. Prima dell’obiettivo viene il contatto con l’esperienza. Occorre creare occasioni in cui il ragazzo possa accorgersi di ciò che lo muove, anche in forme minime e ancora confuse. Il desiderio raramente compare già organizzato come progetto di vita. All’inizio può essere una curiosità, una domanda che ritorna, un’attività nella quale il tempo cambia consistenza, una persona che suscita ammirazione, un problema del mondo che provoca inquietudine. Sono tracce leggere. Hanno bisogno di essere riconosciute prima di essere trasformate in programma.
Educare al desiderio significa anche restituire valore alla mancanza. Una cultura che prova continuamente a riempire lascia poco spazio a quella esperienza essenziale per cui qualcosa può ancora chiamarci. Il vuoto, quando diventa sopportabile, smette di essere soltanto assenza e può diventare attesa. È dentro questa distanza che il soggetto comincia lentamente a distinguere ciò che gli viene chiesto da ciò che realmente lo riguarda.
Per questo alcuni adolescenti apparentemente svogliati chiedono meno stimoli e più tempo. Un tempo nel quale il futuro smetta per qualche istante di essere una consegna e torni a essere una domanda.
Il ragazzo che dice di desiderare nulla potrebbe trovarsi proprio lì: davanti a una parte di sé ancora incapace di prendere parola. Riempire immediatamente quel silenzio con i nostri progetti significa rischiare di consegnargli un’altra vita da vivere. Restare abbastanza vicini perché possa ascoltare ciò che comincia a muoversi dentro di lui è un lavoro più lento e più difficile.
Il desiderio, quando arriva, raramente fa rumore. All’inizio assomiglia più a una inclinazione che a una certezza. E proprio da quella inclinazione, ancora fragile e senza nome, può cominciare una vita che senta finalmente come propria.