Prima del sintomo

Prima del sintomo

Ci sono adolescenti che si tagliano.
E noi adulti restiamo fermi davanti alla ferita, come se fosse quella il problema.

In realtà la ferita è l’ultima parola di una storia molto più lunga.

Ho incontrato una ragazza che fin da bambina ha respirato confronto. Una gemella più estroversa, insegnanti che paragonano, una madre competitiva, svalutante, incapace di tollerare che il dolore della figlia oscuri il proprio. Frasi che non si dimenticano: “sei meno”, “sei un peso”, “sei sbagliata”. Parole che, ripetute nel tempo, diventano convinzioni. E le convinzioni diventano identità.

Quando a undici, dodici anni inizi a pensare di essere “di troppo”, il corpo prima o poi prende la parola.

Il taglio, in questi casi, non è ricerca della morte. È ricerca di regolazione. È un modo disperato per trasformare un caos interno in qualcosa di visibile, delimitato, controllabile. “Se penso di uccidermi allora mi taglio”, mi ha detto. È una frase terribile e lucidissima insieme. Significa: preferisco una ferita che posso gestire a un pensiero che mi travolge.

L’autolesionismo, spesso, è un linguaggio relazionale. È un gesto che dice: “Non mi avete visto quando parlavo. Guardatemi adesso.”
E qui si apre la responsabilità adulta.

Perché quando il dolore non viene riconosciuto, quando viene minimizzato, patologizzato, deriso o messo in competizione, il ragazzo interiorizza un’idea devastante: “Non sono amabile. Sono sbagliata.” In questa storia l’invalidazione è stata costante: in famiglia, a scuola, perfino in percorsi di cura dove nessuno ha colto i segni. L’esperienza ripetuta di non essere vista rafforza il sintomo più di qualunque fragilità iniziale.

C’è un punto che mi colpisce sempre: il sintomo non nasce nel vuoto. È una risposta adattiva a un contesto. Se cresci in un clima di confronto continuo, in cui il tuo valore dipende dal paragone, il tuo corpo può diventare l’unico spazio dove senti di avere potere.

Eppure, in mezzo a tutto questo, c’era una risorsa: il volley. In campo non era “la gemella”, non era “quella problematica”, non era “la malata”. Era presenza, gesto, respiro. Il corpo, che altrove veniva ferito, lì diventava alleato. Dentro ogni storia di sofferenza esistono appigli vitali. Il lavoro educativo è anche saperli riconoscere e amplificare.

Quando incontro situazioni così, mi chiedo sempre: stiamo lavorando per far sparire il sintomo o per trasformare la storia che lo sostiene?

La scuola, le famiglie, noi professionisti della relazione rischiamo di cadere nella stessa trappola: correggere, aggiustare, normalizzare. Ma l’adolescenza non chiede normalizzazione, bensì riconoscimento.

Quanti comportamenti che definiamo “problema” sono in realtà linguaggi non ascoltati?
Nella vostra esperienza, cosa c’è prima del sintomo?



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