Oltre l’aggiustare

I bisogni di Manfred

Oltre l’aggiustare

Oltre l’aggiustare

𝐒𝐨𝐭𝐭𝐫𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐚𝐥𝐥’𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞. 𝐒𝐨𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐨.
Ogni autentica relazione educativa implica un esproprio: ci toglie da noi stessi, dal nostro sapere, dai nostri ruoli precostituiti. L’adolescente, nella sua irriducibilità, ci sottrae alla quiete delle risposte pronte e ci espone all’aperto dell’esistenza. Ma è proprio da questa esposizione che cerchiamo di difenderci. E lo facciamo con una modalità apparentemente generosa: cerchiamo di aggiustare. Di sistemare ciò che ci sembra rotto, disordinato, incompiuto.
Fuggiamo il vuoto che l’incontro con l’adolescente spalanca, perché sentiamo che quel vuoto parla anche di noi, ci espone alla nostra stessa mancanza e ci chiede di abitarla.

Eppure, come ci ha insegnato Heidegger, l’essere non si dà mai nella chiusura, ma nell’apertura. L’essere umano è Dasein, presenza esposta al nulla, gettata nel mondo e chiamata a interpretarne il senso senza mai possederlo. L’adolescente, in questo senso, non è un “caso” da gestire, ma un’esistenza che ci interpella nella sua emergenza originaria: ci obbliga a sostare in quell’aperto che chiamiamo educazione, ma che è, prima ancora, un’esperienza ontologica.

La nostra urgenza di intervenire — di correggere, orientare, riportare a una forma — è la maschera moderna del bisogno di fondamento. Ma l’educare, come l’essere, non ha fondamento: è abisso, inizio, evento. Quando ci troviamo davvero in relazione con un adolescente, ciò che ci mette in crisi non è il suo disorientamento, ma il nostro. Non la sua fragilità, ma la nostra impossibilità di colmare ciò che resta aperto.

Stare nella relazione, allora, è accettare di essere disarmati. Rinunciare al dominio del concetto, alla fretta del risultato, alla sicurezza della tecnica. Non c’è metodo che possa risolvere il mistero dell’incontro. Non c’è strategia che possa eludere il vuoto in cui la relazione si dà.

Il vuoto è ciò che consente l’accadere.
Solo se rinunciamo ad aggiustare possiamo davvero aprirci all’altro.
Educare è custodire l’aperto senza dominarlo: non cercare di occupare lo spazio dell’altro, ma rendere possibile un vuoto gravido di possibilità.



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