Non so cosa voglio
“Non so cosa voglio.”
Allo sportello d’ascolto questa frase cade spesso come una pietra nel silenzio.
Non è detta per provocare, né per sottrarsi alle domande. È detta come si dice una verità che pesa, come si ammette un limite davanti a sé stessi. In quel “non so” c’è già una forma di onestà radicale, un gesto raro in un tempo che pretende certezze premature.
Dire “non so cosa voglio” significa trovarsi nel punto in cui il desiderio non ha ancora trovato linguaggio.
È una zona intermedia dell’esistenza, una terra di mezzo tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. L’adolescenza abita naturalmente questo spazio, perché è tempo di metamorfosi, di dislocazione, di perdita delle vecchie coordinate.
Qui l’identità smette di essere eredità e diventa domanda.
Frankl ha mostrato con chiarezza che il senso non si costruisce come un progetto tecnico.
Il senso accade nell’incontro con la vita che ci interpella.
Non siamo noi a scegliere arbitrariamente un significato: è la realtà che ci chiama, che ci provoca, che ci chiede una risposta singolare.
Ogni esistenza porta con sé una domanda unica, irripetibile.
E l’adolescente, nel suo spaesamento, è già immerso fino in fondo in questa chiamata.
Il disagio nasce quando questo tempo di ricerca viene vissuto come difetto.
Quando il “non so” viene interpretato come fallimento.
Quando il vuoto viene letto come mancanza, invece che come spazio generativo. Eppure ogni nascita avviene nel buio. Ogni forma emerge da una zona indistinta. Ogni desiderio attraversa una fase muta prima di potersi dire.
Allo sportello vedo ragazzi che portano il peso di un mondo che chiede troppo presto: chi vuoi essere, cosa farai, dove andrai.
Domande legittime, certo, eppure violente se poste quando l’essere è ancora in movimento. Come chiedere a un seme di spiegare che albero diventerà.
Quando un adolescente dice “non so cosa voglio”, io sento che sta accadendo qualcosa di vero. Sta sospendendo la recita. Sta rinunciando alle risposte facili.
Sta restando fedele a una inquietudine che lo abita. E in quella fedeltà c’è già una forma di senso.
È necessario imparare a sostare lì. Nel tempo dell’indecidibile.
Nel punto in cui il desiderio non è ancora forma, ma solo tensione.
Custodire questo spazio senza colonizzarlo con aspettative adulte.
Restare accanto senza anticipare.
Frankl direbbe che proprio qui si gioca la responsabilità più alta:
rispondere alla vita così come si presenta, senza ridurla a schema.
Ogni ragazzo porta una domanda che nessun altro può portare al suo posto.
Io penso sia fondamentale proteggere la domanda, prima ancora della risposta.