Non è sempre malattia
Qualche settimana fa, allo sportello, un ragazzo mi ha detto:
“Prof, io non sono depresso. Sono solo stanco. Però mia madre ha già preso appuntamento dallo psichiatra.”
Stiamo patologizzando l’adolescenza. L’uso di psicofarmaci tra gli adolescenti è in crescita esponenziale
L’adolescenza è sempre stata una stagione di instabilità: un’età in cui l’identità si disfa prima di ricomporsi, in cui il senso vacilla, in cui il dolore non è un incidente ma una soglia. Eppure oggi quella soglia ci appare insopportabile. Quando un ragazzo rallenta, si chiude, manifesta tristezza o disorientamento, l’adulto tende a interpretare immediatamente quel segnale come guasto. Non come passaggio, ma come malfunzionamento.
La cultura della prestazione ha colonizzato anche lo sguardo educativo. Se qualcosa non funziona, va corretto; se non produce, va ottimizzato; se soffre, va rapidamente normalizzato. In questo clima, il disagio adolescenziale rischia di essere trattato come un errore di sistema. E non stupisce che nelle scuole l’uso di psicofarmaci sia in aumento: non solo nei casi in cui vi sia una reale necessità clinica, ma talvolta come risposta anticipata all’inquietudine, come tentativo di ridurre ciò che destabilizza.
Non si tratta di negare il valore della cura psichiatrica, che è fondamentale quando la sofferenza assume una forma patologica. La questione è più sottile e più culturale: siamo ancora capaci di distinguere tra patologia e crisi evolutiva? Tra sintomo clinico e fatica del crescere?
Ogni adolescenza attraversa un momento di caos. Il caos non è semplicemente disordine; è il luogo in cui le vecchie forme si dissolvono e le nuove non sono ancora nate. È uno spazio liminale, fragile, ma generativo. Se interveniamo solo per sedarlo, rischiamo di interrompere un processo che richiede tempo, relazione e pensiero.
Forse la nostra difficoltà non è il dolore dei ragazzi, ma la nostra impotenza di fronte a esso. Il dolore mette in crisi l’ideale adulto di controllo, efficienza, previsione. Ci obbliga a sostare nell’incertezza, a rinunciare alla soluzione immediata, ad accettare che la crescita non sia lineare. E questo, in una società che misura tutto in termini di performance, è profondamente destabilizzante.
L’adolescente non è un oggetto da aggiustare, ma un soggetto che sta attraversando una trasformazione. La sua tristezza può essere una domanda di senso; la sua apatia può nascondere una ricerca; la sua inquietudine può essere il segno di un’identità che sta cercando forma. Ridurre tutto a squilibrio chimico, quando non vi sono reali condizioni cliniche, significa talvolta ridurre la complessità dell’umano a un problema tecnico.