L’inversione educativa
L’inversione educativa
Quando sono i figli a dover crescere i genitori.
C’è stato un tempo in cui l’amore aveva una direzione riconoscibile: il figlio cercava il genitore, ne inseguiva lo sguardo come si cerca una casa, e dentro quello sguardo imparava a esistere, a sentirsi legittimo, a prendere posto nel mondo. Oggi quella traiettoria appare incrinata. L’adulto guarda il figlio e attende consenso, riconoscimento, una conferma silenziosa che dica: valgo. Questo slittamento racconta molto della nostra contemporaneità, perché l’adulto abita sempre meno una posizione simbolica e sempre più una domanda, vive nell’attesa, cerca sostegno invece di offrirlo.
In questo movimento il figlio diventa lo spazio in cui l’adulto tenta di riparare le proprie mancanze, di colmare un vuoto che nasce altrove. L’educazione smette di essere trasmissione e diventa specchio: ogni scelta passa attraverso il filtro del gradimento, ogni limite teme di trasformarsi in rifiuto, l’autorità perde consistenza, si fa esitante, chiede permesso. Senza volerlo, il figlio viene investito di un compito enorme: reggere l’identità dell’adulto, diventare il luogo in cui l’altro cerca conferma della propria esistenza.
Ecco che si apre, allora, il nodo psicologico più delicato. Quando un genitore ha bisogno di essere amato dal figlio, l’amore si trasforma in richiesta, in domanda di riconoscimento, nel tentativo di essere visto dove un tempo è mancato uno sguardo. Il figlio diventa il teatro di una riparazione impossibile, chiamato a colmare una ferita che appartiene a un’altra storia.
L’amore educativo nasce da un’altra postura esistenziale, da chi regge il proprio stare al mondo, tollerando il disaccordo e accettando di risultare scomodo senza crollare. Amare significa occupare una posizione che espone anche alla solitudine, al fraintendimento, al conflitto, e insieme trovare il coraggio di mostrarsi fragili davanti ai propri figli, senza chiedere loro di farsi carico di ciò che spetta agli adulti.
Come scrive Donald Winnicott:
“Un genitore sufficientemente buono è colui che sa deludere il figlio al momento giusto.”