Ci sono legami che non nascono dall’incontro tra due persone, ma dall’incontro tra due mancanze.
In questi rapporti non ci innamoriamo davvero dell’altro, ma del posto che l’altro occupa nel nostro sistema di ferite: del ruolo che gli affidiamo, del compito invisibile che gli imponiamo — consolarci, completarci, guarire ciò che non abbiamo mai potuto nominare.
L’amore, allora, diventa uno scambio inconsapevole di fragilità: una trama silenziosa in cui ciò che abbiamo represso cerca nel volto dell’altro una via di salvezza. Non si guarda chi abbiamo davanti, ma ciò che egli rappresenta per la nostra storia affettiva.
E quando la proiezione si incrina, quando l’immagine smette di coincidere con la persona reale, ciò che resta è il rumore delle aspettative infrante, il vuoto di un amore che non ha mai davvero incontrato l’altro, ma solo la sua ombra.
La domanda da cui ripartire non è:
“Come faccio ad amarlo senza perdermi?”
ma un’altra, più radicale e più inquietante:
“Chi sono io, quando smetto di vivere nell’illusione di salvarlo o di essere adorato?”
E nell’adolescenza tutto questo diventa ancora più evidente.
In questo tempo di separazione e nascita di sé, l’altro — genitore, partner, educatore — rischia di vedere il giovane non per ciò che sta diventando, ma per il ruolo che occupa nel proprio equilibrio emotivo.
In questo modo, l’amore può trasformarsi in una forma sottile di trattenimento: si teme la distanza, si teme l’autonomia, perché ogni passo verso la libertà del ragazzo fa emergere, in chi lo ama, la propria mancanza non risolta.
L’amore adulto si misura nella capacità di fare un passo di lato: esserci senza trattenere, accompagnare senza invadere lo spazio dell’altro.. Non è facile — fa male, a volte. Ma è in quella ferita condivisa, in quel lasciarlo andare restando accanto, che l’adolescente può finalmente imparare a diventare se stesso… e l’adulto, lentamente, impara a non cercarsi più solo dentro di lui ma a vivere un amore che non imprigiona nella cura, ma accetta di restare presente nella distanza, custodendo il legame senza possederlo.
In questi rapporti non ci innamoriamo davvero dell’altro, ma del posto che l’altro occupa nel nostro sistema di ferite: del ruolo che gli affidiamo, del compito invisibile che gli imponiamo — consolarci, completarci, guarire ciò che non abbiamo mai potuto nominare.
L’amore, allora, diventa uno scambio inconsapevole di fragilità: una trama silenziosa in cui ciò che abbiamo represso cerca nel volto dell’altro una via di salvezza. Non si guarda chi abbiamo davanti, ma ciò che egli rappresenta per la nostra storia affettiva.
E quando la proiezione si incrina, quando l’immagine smette di coincidere con la persona reale, ciò che resta è il rumore delle aspettative infrante, il vuoto di un amore che non ha mai davvero incontrato l’altro, ma solo la sua ombra.
La domanda da cui ripartire non è:
“Come faccio ad amarlo senza perdermi?”
ma un’altra, più radicale e più inquietante:
“Chi sono io, quando smetto di vivere nell’illusione di salvarlo o di essere adorato?”
E nell’adolescenza tutto questo diventa ancora più evidente.
In questo tempo di separazione e nascita di sé, l’altro — genitore, partner, educatore — rischia di vedere il giovane non per ciò che sta diventando, ma per il ruolo che occupa nel proprio equilibrio emotivo.
In questo modo, l’amore può trasformarsi in una forma sottile di trattenimento: si teme la distanza, si teme l’autonomia, perché ogni passo verso la libertà del ragazzo fa emergere, in chi lo ama, la propria mancanza non risolta.
L’amore adulto si misura nella capacità di fare un passo di lato: esserci senza trattenere, accompagnare senza invadere lo spazio dell’altro.. Non è facile — fa male, a volte. Ma è in quella ferita condivisa, in quel lasciarlo andare restando accanto, che l’adolescente può finalmente imparare a diventare se stesso… e l’adulto, lentamente, impara a non cercarsi più solo dentro di lui ma a vivere un amore che non imprigiona nella cura, ma accetta di restare presente nella distanza, custodendo il legame senza possederlo.