La solitudine del sentire

La solitudine del sentire

C’è un momento, nell’adolescenza, in cui il dolore sembra non avere traduzione.
Il ragazzo sente qualcosa dentro di sé, una frattura, una vergogna, una paura, un desiderio confuso, e lentamente inizia a credere che nessuno possa davvero comprenderlo. Non perché gli altri siano necessariamente assenti, distratti o incapaci. A volte accade qualcosa di più sottile: l’esperienza interiore diventa talmente intensa da apparire unica, irripetibile, incomunicabile.

La psicologia evolutiva chiama questo fenomeno “favola personale”: quella credenza, tipica dell’adolescenza, per cui ciò che si prova sembra appartenere solo a sé. Nessuno ha mai sofferto così. Nessuno ha mai amato così. Nessuno ha mai avuto paura in quel modo. Nessuno potrebbe capire.

È una forma di solitudine cognitiva, prima ancora che affettiva.
L’adolescente non sta solo dicendo: “Sto male”.
Sta dicendo qualcosa di più radicale: “Il mio male non può essere raggiunto”.

E qui l’adulto spesso sbaglia strada. Prova a rassicurare troppo presto, a dire “ci siamo passati tutti”, “vedrai che passa”, “non è niente”. Frasi magari dette con amore, che però rischiano di confermare proprio quella distanza. Perché l’adolescente non ha bisogno che il suo dolore venga normalizzato troppo in fretta. Ha bisogno che qualcuno lo abiti con delicatezza, senza invaderlo.

Educare vuol dire anche entrare in punta di piedi in questa favola personale, senza distruggerla con la realtà degli adulti. Perché quella favola, pur essendo una distorsione, custodisce qualcosa di vero: il bisogno di essere riconosciuti nella propria singolarità. Ogni dolore umano appartiene a una trama comune, certo. Eppure, per chi lo vive, porta sempre una firma unica.

L’ascolto educativo nasce esattamente qui: nel tenere insieme queste due verità. Quello che provi non è solo tuo. Eppure nessuno lo proverà mai esattamente come te.

L’adolescente inizia a fidarsi quando percepisce che l’adulto non vuole rubargli l’unicità del suo sentire, né lasciarlo prigioniero dentro di essa. Quando percepisce una presenza capace di dire, senza dirlo troppo: io non posso essere te, ma posso restare qui abbastanza vicino perché tu non debba più credere di essere irraggiungibile.



Acquista libro
Info
×