La società senza dolore

La società senza dolore

Il dolore è diventato osceno.

Lo nascondiamo come si nasconde ciò che disturba l’ordine pulito delle nostre vite. Deve sparire presto, possibilmente senza lasciare traccia. Deve essere curato, gestito, medicato, tradotto in protocollo. La nostra epoca sopporta quasi tutto, tranne ciò che non produce, ciò che rallenta, ciò che costringe l’esistenza a perdere la propria efficienza.

Byung-Chul Han, ne La società senza dolore, coglie una ferita del nostro tempo: abbiamo fatto del benessere un imperativo e del dolore una colpa. Chi soffre sembra quasi responsabile della propria incrinatura. Come se la vita riuscita dovesse essere liscia, performante, luminosa, sempre disponibile a mostrarsi.

Eppure l’umano comincia spesso dove qualcosa si spezza.

Una vita senza dolore sarebbe forse una vita senza attrito, senza profondità, senza nascita. Perché il dolore non è soltanto ciò che ferisce. È ciò che ci sottrae alla superficie. È la lama che interrompe l’illusione di bastare a noi stessi. È il punto in cui l’io smette di recitare la propria autosufficienza e incontra finalmente la propria verità.

La nuova formula del dominio non dice più soltanto: obbedisci.

Dice qualcosa di più sottile, più seducente, più difficile da smascherare: sii felice.

Quante volte diciamo ai nostri adolescenti, sii felice, sii leggero, sii performante, sii centrato, sii risolto. È qui che l’anestesia diventa cultura.

Quando soffriamo, non ci chiediamo più che cosa quella sofferenza stia dicendo alla nostra vita. Cerchiamo piuttosto il modo più rapido per spegnerla. Analgesici, psicofarmaci, intrattenimento continuo, consumo, lavoro, scroll infinito: tutto può diventare una forma di sedazione, quando serve soltanto a non incontrare ciò che ci abita.

Naturalmente esiste un dolore che va curato. Esiste una sofferenza psichica che ha bisogno di aiuto, terapia, farmaci, protezione. Sarebbe irresponsabile negarlo.

Il punto è un altro: abbiamo trasformato ogni forma di attrito interiore in un nemico della felicità. E così, poco alla volta, rischiamo di non saper più distinguere tra il dolore che distrugge e il dolore che rivela.

La felicità, quando diventa obbligo, si trasforma in violenza.

Costringe l’uomo a sorridere anche quando qualcosa dentro domanda ascolto. Gli impedisce di attraversare la notte oscura dell’anima. Gli sottrae il diritto alla crisi, alla lentezza, alla contraddizione, alla ferita.



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