Il peso delle aspettative
Il peso delle aspettative
Quando la motivazione viene sabotata dalle aspettative
Allo sportello d’ascolto questa frase ritorna spesso, quasi come un ritornello sommesso: “Prof, io non ho voglia di niente.”
La dice un ragazzo che studia, che prova a impegnarsi, che ogni mattina si alza e va a scuola. La dice una ragazza che porta a casa buoni voti e poi piange di nascosto. La dice chi, dall’esterno, sembra funzionare. La prima domanda che dovremmo porci è: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di motivazione?
La immaginiamo come un carburante, come una risorsa da attivare, come una forza di volontà da allenare. Eppure il desiderio, direbbe Freud, nasce dove qualcosa manca, mentre per Lacan è una fenditura, una tensione che sfugge al controllo. La motivazione non è un motore da accendere, è piuttosto un respiro. E il respiro si blocca quando qualcuno ti sta costantemente sul collo.
Un ragazzo una volta mi ha detto: “Se prendo otto mi chiedono perché non nove, se prendo sei mi guardano come se avessi fallito.” In quella frase c’è tutta la tragedia dell’adolescenza contemporanea: non esiste più un luogo dove bastare. Ogni gesto viene anticipato dallo sguardo dell’altro, prima ancora di agire il ragazzo sa già come verrà valutato. Così non agisce più per esistere, ma per essere approvato. Heidegger direbbe che non si vive più come “io”, ma come “si”: si studia, si riesce, si eccelle. Ma dov’è l’io in tutto questo?
Una ragazza mi ha confidato: “Mia madre dice che vuole solo il mio bene, ma ogni volta che scelgo qualcosa mi chiede se sono sicura. Alla fine non scelgo più.” Qui la motivazione muore piano, senza rumore. Perché scegliere significa esporsi, e se ogni scelta deve essere giustificata, spiegata, difesa, allora fermarsi diventa la strategia più sicura. L’aspettativa traveste il controllo da amore: ti dicono “lo faccio per te”, ma tu senti “devi essere come voglio io”. Così il desiderio si ritrae, si rannicchia, diventa apatia.
Nietzsche parlava di uomini stanchi, non stanchi nel corpo, ma stanchi di dover essere sempre all’altezza di un ideale che non hanno scelto. Molti adolescenti oggi sono così: stanchi prima ancora di iniziare. Un ragazzo mi ha detto: “Prof, tanto sbaglio sicuro. Allora perché provarci?” Questa non è pigrizia, è una forma di saggezza distorta: se provo posso perdere, se non provo almeno non deludo nessuno. Il fallimento diventa una colpa morale, non un passaggio, ma una macchia sull’identità.
La motivazione viene sacrificata sull’altare della perfezione. Dobbiamo essere veri ed avere il coraggio di dire ai ragazzi che possono essere mediocri, che possono sbagliare, che possono non sapere. L’incompetenza conduce al desiderio. La motivazione si sviluppa quando qualcuno ti guarda e ti dice che Esisti anche se non riesci.
Io spesso ai ragazzi pongo questa domanda:
“Di chi è questo sogno che stai inseguendo?” Perché se non è tuo, prima o poi, ti stancherà.