Il diritto di perdersi

Il diritto di perdersi

Nell’adolescenza la parola errore risuona con una frequenza quasi ossessiva.
Abita i discorsi educativi, attraversa le valutazioni, si deposita negli sguardi degli adulti. L’errore viene nominato come scarto, come deviazione rispetto a una forma attesa, come incrinatura di un ordine che si vorrebbe stabile.

Dentro quella stessa radice, però, si apre un’altra possibilità di senso: errare.

Errare appartiene a un movimento più originario. Indica il cammino che si dispiega senza una traiettoria già data, l’attraversamento di uno spazio in cui la direzione emerge mentre si procede. Non coincide con lo smarrimento come perdita, ma con lo smarrimento come condizione generativa, come apertura.

L’adolescenza si lascia pensare proprio a partire da qui. Come tempo in cui la forma si scioglie e la direzione si cerca. Come confine dove l’identità smette di essere ricevuta e inizia a essere interrogata.

Ciò che viene chiamato errore, in questo orizzonte, appare sotto una luce diversa. Non più semplice deviazione, ma gesto iniziale di una ricerca. Segnale di un’esistenza che si sottrae a una definizione già chiusa per aprirsi a una possibilità ancora inespressa.

Per trovare una strada, bisogna anche sapersi perdere.

Perdersi diventa un’esperienza strutturale, quasi necessaria. Non come caduta, ma come sospensione delle coordinate abituali, come attraversamento di un vuoto in cui qualcosa può emergere.

In questo spazio, il compito educativo si trasforma, assumendo la forma di una presenza che regge l’indeterminatezza, che abita il tempo dell’incompiuto, che riconosce nel movimento errante una possibilità di verità.

L’erranza poi non riguarda soltanto l’adolescenza, ma la condizione umana nel suo fondamento.
L’uomo è colui che erra, cioè che non è mai completamente fermo, definito, concluso.
L’adolescente rende visibile questa dimensione con una radicalità che spesso inquieta. Espone ciò che nell’adulto tende a essere nascosto: la mancanza di una forma definitiva, l’apertura costante del senso, il carattere mai compiuto dell’esistenza.

Gli adolescenti hanno bisogno di custodire l’erranza come spazio di possibilità, per riconoscere che nel gesto incerto, nella deviazione, nella ricerca ancora informe, si gioca qualcosa di essenziale: la nascita di un sé.

Spesso la direzione più autentica prende forma nel movimento che appare fragile e instabile.



Acquista libro
Info
×