Essere figli

Essere figli

Essere figli

L’adolescente non è semplicemente un individuo in trasformazione, ma una figura simbolica che incarna la tensione originaria tra appartenenza e alterità. Essere figli significa portare dentro di sé un’eredità — biologica, simbolica, genealogica — che non si è scelto. Un’eredità che plasma, vincola, fonda. E insieme chiede di essere superata.

Ogni adolescente si trova, inevitabilmente, nel cuore di questa contraddizione: accogliere ciò che gli è stato dato, e allo stesso tempo trascenderlo per diventare altro.

L’eredità, da sola, immobilizza. L’alterità, da sola, disintegra. Solo chi riesce a fare dell’eredità un materiale da riforgiare nella libertà, abita la soglia del divenire autentico.

Ma questa trasfigurazione non avviene senza ferite. Assumere la propria origine per non esserne prigionieri è l’opera più radicale della libertà. È il punto in cui la fedeltà diventa creazione. È lì che prende forma la figura paradossale: il santo e l’eretico in uno. Il santo che riconosce la sacralità delle radici, l’eretico che le spezza per salvare l’integrità del proprio cammino.

In ogni adolescenza si gioca la possibilità di questo gesto. E per noi adulti, educatori, genitori, è una chiamata a deporre l’illusione del controllo. Solo chi rinuncia a trattenere può offrire davvero. Solo chi accetta di essere messo in discussione può diventare davvero generativo.

Perché l’adolescente, in fondo, è un enigma che ci restituisce a noi stessi: ci costringe a ripensare la nostra origine, la nostra fedeltà, la nostra libertà. E ci chiede, senza parole: hai saputo essere figlio? o sei ancora prigioniero dell’eredità?



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