Educare lo sguardo

Educare lo sguardo

Educare lo sguardo

Ogni adolescenza si gioca, in profondità, dentro una domanda silenziosa che precede molte altre: come vengo visto? Prima ancora di chiedersi chi essere, il ragazzo attraversa l’esperienza di essere guardato. E da questo sguardo riceve, spesso in forma implicita, una prima configurazione di sé. L’Io non nasce in isolamento. Prende forma in una trama relazionale, nello spazio invisibile in cui qualcuno riconosce, trascura, giudica, teme, accoglie, etichetta, attende.

Per questo educare un adolescente significa, in larga misura, educare il proprio sguardo. Significa interrogare il modo in cui lo si guarda, il posto da cui lo si interpreta, la qualità della presenza che il proprio sguardo veicola. Perché lo sguardo non è mai neutro. Ogni sguardo consegna al soggetto una possibilità di esistenza.

Quando un adolescente viene guardato soltanto attraverso il filtro del problema, della prestazione, della mancanza o del sintomo, finisce per abitare quella forma. Il suo essere viene lentamente raccolto in una definizione che lo precede. Diventa il demotivato, il difficile, il fragile, l’arrogante, il disperso, il brillante, il promettente. In ciascuna di queste figure c’è una quota di verità empirica, certo, e tuttavia la verità di una persona non coincide mai con la categoria che la descrive. Lo sguardo che riduce, pur vedendo qualcosa, smette di vedere l’essenziale.

L’adolescenza è il tempo in cui questa riduzione può ferire profondamente, perché l’identità è ancora esposta, porosa, in formazione. Il ragazzo raccoglie lo sguardo dell’altro e lo interiorizza. Talvolta vi si oppone. Talvolta lo assume. Talvolta vi scompare dentro. In ogni caso, ne viene toccato. L’Io si costituisce anche così: come risposta a un modo di essere visti.

Qui la questione educativa si fa radicale. Non basta accompagnare, spiegare, correggere, contenere. Occorre vedere. Vedere davvero. E vedere davvero non significa semplicemente osservare con attenzione, ma raggiungere l’altro in un punto in cui la sua verità non è ancora tutta detta dal comportamento. Significa sottrarsi alla fretta interpretativa. Significa lasciare che il soggetto appaia prima di essere definito.

In questo senso il racconto evangelico del cieco nato custodisce una intuizione straordinaria. Il testo si apre con una frase di limpida essenzialità: Gesù vide. Prima delle domande, prima delle spiegazioni, prima del dibattito sulla colpa, sulla causa, sulla responsabilità, c’è un vedere. E questo vedere interrompe il modo consueto in cui la comunità legge quella vita. Gli altri discutono il caso. Gesù vede la persona.

La differenza è decisiva. Lo sguardo comune tende a collocare il soggetto dentro una cornice già pronta: chi ha peccato, lui o i suoi genitori? La vita dell’altro viene tradotta in problema teologico, morale, sociale. Gesù, invece, incontra una presenza. Il suo sguardo non cancella la ferita, la raggiunge senza ridurre la persona alla ferita stessa. In questa forma del vedere si apre uno spazio nuovo, in cui l’altro può finalmente emergere come qualcuno e non come semplice supporto di una mancanza.

Questo vale profondamente anche nell’incontro con gli adolescenti. Molto spesso gli adulti vedono il comportamento, la deviazione, il voto, l’assenza, il tono, la chiusura, l’eccesso. Molto più raramente vedono la persona nel punto in cui sta tentando, a suo modo, di venire al mondo. L’adolescente difficile, svogliato, oppositivo, ritirato, provocatorio, spesso è un soggetto che attende uno sguardo capace di oltrepassare l’immediata leggibilità del suo sintomo.

Educare lo sguardo significa allora compiere un passaggio decisivo: dal giudizio alla visione, dalla classificazione alla presenza, dalla reazione alla comprensione. Significa imparare a sostare davanti a un ragazzo senza aver già deciso chi è. Significa accettare che l’altro ecceda il proprio sapere su di lui.

Uno sguardo educativo autentico non è uno sguardo indulgente. Non è cieco rispetto ai limiti, agli errori, alle ferite, alle responsabilità. È uno sguardo che riesce a tenere insieme verità e possibilità. Vede ciò che c’è, e insieme custodisce ciò che ancora può nascere. In questo senso lo sguardo educa perché anticipa una fiducia, offre una forma di ospitalità simbolica, rende il soggetto più grande della sua attuale configurazione.

Molti adolescenti crescono in ambienti saturi di sguardi, eppure poveri di visione. Sono visti continuamente, fotografati, osservati, misurati, esposti. I social amplificano questa condizione fino a renderla quasi una seconda pelle. L’immagine circola, il volto compare, il corpo viene esibito, la vita si rende visibile. E tuttavia questa ipervisibilità non coincide affatto con l’esperienza di essere davvero visti. Anzi, spesso la rende più difficile. Perché uno sguardo autentico implica lentezza, attenzione, presenza, riconoscimento della singolarità. L’immagine, da sola, non basta a generare l’Io.

L’Io ha bisogno di nascere in uno sguardo che accolga senza catturare. Ha bisogno di incontrare una presenza che dica, anche tacitamente: io vedo che ci sei, e il tuo esserci non si esaurisce in ciò che mostri oggi. Per molti adolescenti questa esperienza è rarissima, e quando accade produce effetti profondi. Talvolta una parola basta. Talvolta un insegnante, un educatore, un genitore, un counselor, un adulto qualunque, riesce a vedere qualcosa che il ragazzo stesso non aveva ancora potuto vedere in sé. In quel momento si apre una fenditura nella narrazione abituale. Un altro Io diventa pensabile.



Acquista libro
Info
×