Educare all’incertezza

Educare all’incertezza

Empatia, limite e accompagnamento nella scuola

Uno dei compiti più profondi della scuola consiste forse nell’introdurre gli adolescenti a un rapporto più maturo con l’incertezza. Questo tema resta spesso sullo sfondo, quasi fosse secondario rispetto ai programmi, alle competenze, alla valutazione, eppure tocca il cuore stesso dell’esperienza educativa, perché l’adolescenza è il tempo in cui molte coordinate si spostano insieme: il corpo cambia, il desiderio si ridisegna, il futuro perde l’aspetto lineare che aveva nell’infanzia e comincia a mostrarsi come un orizzonte aperto, attraversato da possibilità e da timori, da slanci e da smarrimenti. In una simile stagione della vita, l’incertezza non costituisce un incidente di percorso: coincide con la forma stessa dell’esperienza.

Per questa ragione la scuola non può limitarsi a trasmettere contenuti o a fornire strumenti operativi. È chiamata anche a rendere abitabile questa esposizione all’indeterminato, aiutando il giovane a scoprire che il dubbio, la fatica, l’opacità, l’attesa appartengono al cammino del pensare e del crescere. In questo compito, l’empatia possiede un valore decisivo, perché nessun adolescente riesce a misurarsi davvero con la complessità del reale se prima non sente che il proprio vissuto è stato accolto da uno sguardo capace di comprenderlo. Sentirsi visti, sentire che il proprio disorientamento non viene liquidato come capriccio o debolezza, permette alla parola di emergere e al legame educativo di acquistare spessore.

E tuttavia l’empatia, quando resta sola, rischia di diventare insufficiente. La comprensione del vissuto, se non incontra una forma, può lasciare il soggetto dentro la pura circolarità delle proprie emozioni. Il ragazzo si sente accolto, forse anche rassicurato, eppure continua a restare prigioniero di ciò che prova, come se l’esperienza interiore bastasse a se stessa e non dovesse mai incontrare il principio di realtà. Educare, invece, implica anche questo passaggio: mostrare che la vita non si lascia organizzare unicamente a partire dallo stato emotivo del momento, che il mondo resiste, che il limite esiste, che la frustrazione possiede una funzione formativa, che il tempo della chiarificazione è spesso lento e richiede pazienza.

Il limite, allora, entra in gioco come elemento strutturante. Non come durezza, non come irrigidimento del legame, non come imposizione cieca, ma come gesto che restituisce forma all’esperienza. L’adolescente ha bisogno di incontrare adulti capaci di dire, con la loro presenza e con il loro modo di stare, che comprendere una fatica non significa dissolverla, che accogliere un turbamento non equivale a consacrarlo come criterio assoluto, che il dolore e lo smarrimento meritano ascolto e insieme chiedono di essere attraversati. In questo senso il limite non umilia, ma orienta. Introduce una differenza fondamentale tra ciò che si sente e ciò che si può costruire a partire da quel sentire.

Educare all’incertezza significa dunque tenere insieme prossimità e orientamento. Da una parte l’adolescente ha bisogno di un adulto che non reagisca con fretta, che non chiuda troppo presto le sue domande, che non interpreti ogni esitazione come pigrizia o mancanza di volontà. Dall’altra ha bisogno di una presenza che non si perda dentro la pura risonanza emotiva, che non faccia del rispecchiamento l’unico linguaggio possibile, che sappia accompagnarlo verso un lavoro interiore capace di dare forma, direzione, responsabilità. Il punto decisivo sta proprio qui: l’empatia autentica non si oppone al limite; lo prepara. E il limite, quando è umanamente abitato, non distrugge l’empatia; le offre profondità.

Spesso la scuola oscilla tra due tentazioni speculari. Talvolta irrigidisce il limite fino a trasformarlo in prestazione e controllo, lasciando il soggetto solo davanti alla propria fatica. Talvolta, al contrario, accoglie il vissuto in modo così totale da rendere difficile ogni esperienza di attrito con il reale. In entrambi i casi si produce una forma di impoverimento. Nel primo, il ragazzo impara a difendersi; nel secondo, impara a restare dipendente da una conferma continua. L’educazione chiede invece una postura più complessa e più alta: sentire il ragazzo e insieme condurlo oltre il semplice sentire, riconoscere il suo smarrimento e insieme testimoniare che lo smarrimento può essere pensato, lavorato, trasformato.

Da questo punto di vista, accompagnare verso la risoluzione non significa chiudere in fretta un problema. Significa piuttosto introdurre l’adolescente all’idea che la vita contiene passaggi opachi che chiedono attraversamento e forma, non soltanto espressione. Il compito adulto non consiste nel fornire una risposta pronta, né nel lasciare il giovane solo dentro la propria nebbia, quanto nel sostare accanto a lui abbastanza a lungo da rendere possibile un movimento del pensiero. Ogni vera risoluzione nasce da qui: da una esperienza che è stata accolta, trattenuta, interrogata, ordinata.

La scuola può diventare allora uno dei pochi luoghi in cui l’incertezza perde il volto della minaccia assoluta e assume quello di una condizione umana fondamentale. Un ragazzo educato in questo modo non si illuderà di dover essere sempre certo, sempre pronto, sempre all’altezza. Scoprirà piuttosto che il pensiero maturo nasce proprio dal confronto con ciò che resiste alla semplificazione, che la vita autentica non coincide con il controllo totale, che crescere significa anche imparare a stare in una zona di apertura senza esserne travolti.



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