Dipendenza e cura

Dipendenza e cura

C’è una forma sottile di dipendenza che nasce non dal male, ma dal bene. Accade quando la terapia, il counseling, il coaching – nati come relazione d’aiuto – diventano un rifugio che anestetizza il dolore, ma non lo trasforma. 

Un conforto che placa, ma che a lungo andare può illudere: “Sto meglio perché qualcuno mi ascolta”, dimenticando di chiedersi perché soffro, perché sono qui, che cosa desidero davvero.

La relazione d’aiuto rischia allora di diventare una soglia mai oltrepassata. Un luogo dove si resta, ma non si parte. Un limbo in cui si attende che qualcuno ci salvi, invece di assumere il rischio di scegliere.

Come nella scena evangelica: Gesù, davanti al paralitico, non si limita a guarirlo. Gli pone una domanda disarmante: “Vuoi guarire?”

Non chiede se soffre, né da quanto tempo. Chiede se vuole.

Perché guarire è un atto di volontà. Non è semplicemente smettere di star male. È prendere posizione nella propria vita, rinunciare al vittimismo, uscire dal cerchio protetto dell’ascolto e assumersi il dramma della libertà.

Il filosofo può solo sussurrare questo paradosso: che anche ciò che ci fa bene può diventare una prigione se non ci conduce oltre. Che ogni cura deve, a un certo punto, lasciarci soli davanti alla nostra responsabilità. Che nessun terapeuta, coach o educatore può sostituirsi alla volontà profonda dell’anima di guarire.

Il rischio non è solo quello di restare nel dolore. È quello di restare nella consolazione.

La vera guarigione comincia quando si risponde “Sì” a quella domanda che nessun altro può porre al nostro posto: “Vuoi davvero vivere?”



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