Dal bullismo alla ribellione

Dal bullismo alla ribellione

Bullismo e costruzione dell’identità nell’adolescenza

Ultimamente incontro diversi ragazzi che portano con sé storie di bullismo vissute durante gli anni delle scuole medie. Le vicende sono differenti, così come lo sono i contesti familiari e il modo in cui ciascuno ha cercato di resistere, eppure nei loro racconti ritorna spesso una traiettoria simile, una trasformazione che comincia nel tempo della paura e diventa visibile soltanto più tardi, quando l’adolescente assume un’identità apparentemente lontanissima da quella del bambino che era stato.

All’inizio c’è quasi sempre un lungo tentativo di diventare invisibili. Il ragazzo impara a evitare gli sguardi, a controllare i gesti, a parlare il meno possibile, quasi che ridurre la propria presenza possa sottrarlo all’attenzione di chi lo ha scelto come bersaglio. Le parole e le umiliazioni quotidiane, proprio perché si ripetono, cessano lentamente di apparire come qualcosa che gli altri fanno e cominciano a penetrare nel modo in cui egli percepisce se stesso. Il bullismo possiede anche questa forza: oltre a ferire, attribuisce un’identità. Stabilisce chi dovrebbe essere la vittima, quale posizione le spetterebbe nel gruppo, quanto valore possa concedersi. A quell’età lo sguardo dei pari raggiunge una zona ancora esposta dell’identità, perché il ragazzo sta cercando proprio negli altri una prima conferma del proprio diritto a esistere socialmente.

La vergogna che nasce da queste esperienze ha una qualità particolare. La colpa riguarda ciò che si è fatto, mentre la vergogna raggiunge il modo stesso di sentirsi al mondo. Il ragazzo smette di pensare di avere qualcosa di sbagliato e comincia a percepirsi come sbagliato. Anche il corpo può diventare un luogo pericoloso, perché offre agli altri qualcosa da osservare e giudicare; la parola diventa un rischio, l’esposizione una minaccia. Restare ai margini, attraversare i corridoi senza attirare l’attenzione, occupare meno spazio possibile può sembrare l’unico modo per conservare una parte di sé al riparo.

Poi arriva l’adolescenza e quella forma di sopravvivenza può diventare intollerabile.

Il ragazzo avverte che continuare a presentarsi al mondo come colui che subisce significa rimanere prigioniero dello sguardo che lo ha umiliato. Ha allora bisogno di costruire una figura opposta, abbastanza forte da seppellire quella precedente. La durezza prende il posto della ritrazione, la provocazione sostituisce il silenzio, la sfida permette di sottrarsi all’antica impotenza. Alcuni si avvicinano a gruppi trasgressivi, assumono un linguaggio aggressivo, sperimentano il consumo di sostanze e cominciano a mostrarsi come se nulla potesse più raggiungerli.

Dall’esterno questa trasformazione appare facilmente come una deviazione. Il bambino tranquillo sarebbe diventato problematico, la vittima avrebbe scelto compagnie sbagliate, l’adolescente avrebbe imboccato una strada pericolosa. Una lettura simile descrive ciò che appare e lascia nell’ombra la necessità interiore che ha prodotto quel cambiamento. La domanda più importante riguarda allora il dolore dal quale quella ribellione lo ha protetto.

A volte un adolescente diventa difficile perché sente di avere esaurito la possibilità di essere fragile. La vecchia immagine di sé porta con sé troppa vergogna e troppo senso di impotenza; occorre rovesciarla, trasformando colui che veniva impaurito in qualcuno capace di incutere timore. La ribellione può offrire una prima esperienza di potere sulla propria vita. Consente di guardare il passato da una distanza nuova e di pronunciare, attraverso il comportamento prima ancora che con le parole, una dichiarazione essenziale: quella persona che potevate schiacciare non esiste più.

L’identità ribelle assume così una funzione difensiva e, in un certo senso, vitale. Permette al ragazzo di sottrarsi alla passività, di recuperare una presenza, di sentirsi finalmente riconoscibile dentro un gruppo. Sarebbe riduttivo considerarla soltanto una maschera, perché in quella trasformazione esiste anche un tentativo autentico di rinascita. Il problema emerge quando la forma costruita per salvarsi diventa l’unica forma possibile dell’esistenza.

La durezza, infatti, deve essere continuamente confermata. Il ragazzo teme che ogni cedimento possa riportarlo nella posizione dalla quale è fuggito, perciò mantiene una distanza rigida dalla propria vulnerabilità e respinge tutto ciò che potrebbe ricordargliela. Anche il limite posto dall’adulto può essere percepito come una nuova umiliazione, un tentativo di sottometterlo o di decidere ancora una volta chi debba essere. La provocazione diventa così una difesa della distanza conquistata dal passato, mentre l’aggressività impedisce che qualcuno raggiunga il luogo ancora doloroso sul quale quella identità si è costruita.

In questa trama può inserirsi anche il consumo di sostanze. Leggerlo esclusivamente come ricerca dello sballo impedisce di cogliere alcune delle funzioni che può assumere. La sostanza attenua per qualche tempo il peso della coscienza di sé, rende più semplice l’appartenenza al gruppo e offre una momentanea libertà dalla vergogna. Permette al ragazzo di abitare un’immagine più disinvolta, più dura, distante dalla persona impaurita che teme di essere ancora. Proprio per questo la sostanza può diventare qualcosa di più di un comportamento occasionale: entra nella costruzione dell’identità e nella narrazione attraverso cui il ragazzo cerca di rendere sopportabile la propria storia.

Comprendere questo movimento lascia intatta la pericolosità di certe condotte. La violenza, l’aggressività e il consumo di sostanze chiedono limiti chiari, responsabilità e, quando serve, interventi competenti. Il significato di un comportamento non coincide con la sua giustificazione. Esiste però una differenza profonda tra un limite che raggiunge la persona e una punizione che colpisce soltanto ciò che appare. Quando l’adulto interviene ignorando la storia, rischia di riprodurre la stessa esperienza che ha segnato il ragazzo: essere definito da uno sguardo esterno, rinchiuso nel ruolo che gli altri gli attribuiscono e nuovamente esposto a una forma di umiliazione.

Dietro alcuni adolescenti provocatori continua a vivere il ragazzo che, anni prima, avrebbe avuto bisogno di essere protetto. La sua presenza si avverte nella diffidenza, nel bisogno di controllare la relazione, nella difficoltà di chiedere aiuto senza provare vergogna. Durante un colloquio può apparire per un istante, quando il racconto perde sicurezza, lo sguardo cambia e una frase resta sospesa. In quel momento la figura ribelle si incrina appena, lasciando intravedere quanto lavoro sia necessario per mantenere l’immagine di chi sembra temere nulla.

Il lavoro educativo comincia quando l’adulto riesce a vedere la continuità tra queste due figure, evitando di separare troppo facilmente il ragazzo che ha subito dall’adolescente che oggi sfida. La ribellione appartiene alla stessa storia della paura e ne rappresenta, almeno in parte, il tentativo di superamento. Ridurre il ragazzo alla vittima significherebbe trattenerlo dentro il passato; guardare soltanto la sua durezza lascerebbe senza ascolto la ragione per cui essa è diventata necessaria.

L’educazione incontra qui una delle sue difficoltà più profonde, perché deve riconoscere la ferita senza farne un alibi e porre un limite senza trasformarlo in una nuova ferita. Questa postura richiede una presenza adulta abbastanza salda da resistere alla provocazione e abbastanza libera da evitare una lotta di potere. Il ragazzo ha bisogno di scoprire che il conflitto può esistere senza umiliazione e che l’autorevolezza può porre un confine senza volerlo schiacciare.

Un’identità adolescenziale è sempre, almeno in parte, una costruzione provvisoria. Il soggetto cerca una forma capace di contenere ciò che vive e utilizza i materiali che trova nella propria storia, nei gruppi a cui appartiene e nelle immagini che il mondo gli offre. Alcune di queste costruzioni diventano rigide e rischiose, eppure conservano la traccia del problema al quale avevano tentato di rispondere. Prima di volerle demolire, occorre comprendere quale equilibrio sostengano e quale paura tornerebbe alla luce se venissero eliminate troppo in fretta.

Il passaggio più delicato consiste nell’aiutare il ragazzo a separarsi dalla forma che lo ha protetto senza chiedergli di tornare alla passività dalla quale era fuggito. La vulnerabilità può allora smettere lentamente di coincidere con la debolezza, mentre la forza perde il bisogno di mostrarsi come invulnerabilità. Questo cambiamento nasce quando il ragazzo incontra relazioni nelle quali esporsi comporta meno pericolo e nelle quali il limite, invece di ripetere l’antica sopraffazione, diventa una misura capace di restituire consistenza.

Quando, nel corso di un incontro, la durezza si incrina per un istante, appare una persona che per molto tempo ha creduto di poter scegliere soltanto tra subire e indurirsi. Il compito educativo prende forma nel momento in cui quella alternativa perde la sua necessità. Il passato rimane nella storia, eppure smette lentamente di decidere quale debba essere il volto del presente.



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