Ascoltare la paura

Ascoltare la paura

L’altro giorno, una ragazza di quindici anni che seguo si siede e, prima ancora di iniziare, mi dice:

“Ho l’ansia, mi viene il panico solo ad ascoltare la televisione. Le notizie di guerra, Trump, la violenza… mi sento sopraffatta.”

È difficile non restare colpiti. Una ragazza di quindici anni dovrebbe trovarsi nel tempo dell’attesa, del possibile, della fioritura. E invece, a questo tempo dell’anima si sovrappone l’angoscia di un mondo che non riesce più a custodire i suoi figli.

Ci indigniamo spesso per la disattenzione, la pigrizia, la disillusione degli adolescenti. Li giudichiamo, con la leggerezza di chi si è dimenticato cosa vuol dire aver paura del domani. Ma chi siamo noi, per giudicarli, se siamo noi ad aver lasciato loro un mondo inabitabile? Un mondo che sembra aver smarrito ogni narrazione di senso, ogni orizzonte di speranza?

Forse il problema non è nei giovani, ma nel vuoto di senso che incontrano quando si affacciano alla vita. Lì dove dovrebbero trovare adulti capaci di dire: “fidati, si può vivere”, trovano invece il nostro silenzio, il nostro disincanto, la nostra impotenza.

La questione, in fondo, è ontologica: quale idea di essere umano stiamo trasmettendo? Quale immagine di futuro? Abbiamo chiesto ai giovani di essere forti, di resistere, di adattarsi, ma a che cosa? A un mondo che li ha traditi?

Gabriel Marcel scriveva: “La speranza è la disponibilità dell’anima ad accogliere il possibile.”

Ma se i nostri ragazzi non riescono più ad accogliere il possibile, forse è perché il possibile gli appare vuoto, o addirittura minaccioso. E allora la speranza non nasce. Non perché manchi in loro, ma perché è stata delusa troppe volte nel mondo che abbiamo costruito.

Il compito non è spiegare la realtà. È farne nuovamente un luogo abitabile. E questo può cominciare solo con un gesto umile e radicale: tornare ad ascoltarli.



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