Il tempo che si abita

Il tempo che si abita

Abbiamo cambiato la grammatica del tempo.
Non soltanto perché tutto è diventato più veloce, ma perché abbiamo imparato a considerare il tempo quasi esclusivamente attraverso ciò che produce. Un’ora deve servire, un anno deve portare da qualche parte, un’esperienza deve trasformarsi in risultato. Fermarsi, tornare indietro, ricominciare sembrano verbi appartenenti a una lingua che comprendiamo sempre meno.
Lo vedo spesso negli adolescenti. L’idea stessa di una bocciatura, al di là del significato scolastico e delle responsabilità che comporta, viene vissuta prima di tutto come una sottrazione: «perdo un anno». Come se quell’anno fosse definitivamente espulso dalla vita, un pezzo di tempo inutilizzabile, una distanza che gli altri percorrono mentre io rimango fermo.
Eppure questa idea del “tempo perso” dice qualcosa che riguarda tutti noi.
Abbiamo costruito esistenze nelle quali il tempo sembra avere valore soltanto quando coincide con un avanzamento. Bisogna arrivare prima, finire prima, capire prima, trovare la propria strada prima. Anche la crescita è diventata una specie di tabella di marcia. A una certa età dovresti sapere chi sei, cosa vuoi fare, dove stai andando. Ogni deviazione assume allora il sapore del ritardo.
Forse abbiamo finito per confondere il tempo con la sua misurazione.
Bergson distingueva il tempo degli orologi dal tempo della coscienza. Il primo si divide, si conta, si dispone in successione: minuti, mesi, anni. Il secondo è durata, esperienza vissuta, trasformazione interiore. Non tutti gli anni hanno lo stesso peso, così come non tutte le ore hanno la stessa densità. Ci sono pochi minuti capaci di lasciare una traccia per tutta la vita e interi mesi che sembrano scivolare via senza depositare nulla.
La durata introduce allora qualcosa che la nostra cultura della prestazione fatica a comprendere: la qualità del tempo. Un anno non vale semplicemente perché ci ha fatto avanzare di una casella. Può avere valore perché ci ha costretti a incontrare un limite, perché ha modificato il nostro sguardo, perché ci ha fatto attraversare una crisi, perché ha permesso a qualcosa di maturare.
La vita umana, del resto, non procede in linea retta.
Ci sono anni che dall’esterno sembrano immobili e nei quali, silenziosamente, cambia tutto. Ci sono fallimenti che interrompono una traiettoria e aprono domande che nessun successo avrebbe saputo formulare. Ci sono tempi apparentemente improduttivi nei quali una persona impara semplicemente a stare dentro ciò che le accade, a conoscersi, a riconoscere un limite, a cambiare direzione.
Forse uno dei compiti educativi più difficili oggi è restituire ai ragazzi questa possibilità: pensare che non tutto ciò che rallenta è tempo perduto.
Perché una società ossessionata dalla velocità rischia di insegnare ai più giovani che vivere significhi soprattutto non restare indietro. E quando il tempo diventa una gara, anche una pausa può sembrare una sconfitta.
Ci sono invece passaggi della vita che chiedono lentezza, inciampi che hanno bisogno di essere attraversati, stagioni nelle quali non stiamo andando da nessuna parte e proprio per questo stiamo diventando qualcuno.
Forse dovremmo tornare a distinguere il tempo che si misura dal tempo che si abita.
Il primo ci dice quanto è passato.
Il secondo, quanto siamo cambiati.


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