Oltre il transfert
La relazione non è un transfert.
Nel lavoro di coaching, counseling e terapia si è diffusa da tempo una tendenza che meriterebbe di essere interrogata con maggiore radicalità: quella di leggere quasi tutto ciò che accade nella relazione attraverso le lenti del transfert e del controtransfert. Si tratta, senza dubbio, di strumenti preziosi, perché aiutano a riconoscere il ritorno del passato, la riattivazione di antiche ferite, il modo in cui l’altro viene investito di attese, immagini, bisogni, paure. E tuttavia proprio qui si apre una questione decisiva: che cosa accade quando queste categorie, nate per comprendere la relazione, finiscono per sostituirsi ad essa?
Accade che l’incontro rischia di perdere consistenza ontologica e di diventare soltanto un dispositivo interpretativo. L’altro non appare più, fino in fondo, come presenza, ma come funzione di un movimento psichico. La relazione non viene più riconosciuta come realtà viva, singolare, irripetibile, bensì come teatro di ripetizioni, come superficie su cui si proiettano dinamiche già note. In questo modo, però, qualcosa dell’umano si smarrisce. Perché una relazione autentica non è mai soltanto il luogo in cui il passato si ripresenta; è anche il luogo in cui può accadere qualcosa che il passato non conteneva ancora.
Ogni incontro vero custodisce infatti un’eccedenza. C’è sempre, tra due esseri umani che si incontrano realmente, un di più che non si lascia esaurire dalla spiegazione tecnica. Non perché la tecnica sia inutile, ma perché la relazione appartiene a una profondità dell’esperienza che non può essere interamente ridotta a schema. Vi è nella relazione una dimensione generativa, un’apparizione reciproca, un evento di presenza che non coincide semplicemente con il riemergere di contenuti inconsci. L’incontro, quando è autentico, non si limita a rivelare ciò che siamo stati; a volte apre anche lo spazio di ciò che possiamo diventare.
Per questo credo sia necessario restituire alla relazione il suo statuto pieno. Non considerarla soltanto come mezzo, veicolo, strumento del percorso, ma come parte essenziale del percorso stesso. La relazione non accompagna semplicemente il lavoro: ne costituisce uno dei luoghi originari. È lì che si gioca la possibilità di una fiducia, di una parola vera, di una trasformazione che non nasce solo dall’interpretazione, ma dall’esperienza di essere accolti in una presenza che non riduce, non invade, non usa, non etichetta troppo in fretta.
Dire che la relazione è sacra, in questo contesto, non significa indulgere in una formula spiritualista o sentimentale. Significa piuttosto riconoscere che vi sono dimensioni dell’umano che chiedono di essere avvicinate con rispetto, tremore, responsabilità. Sacro è ciò che non può essere trattato come oggetto disponibile. E una relazione, soprattutto quando si apre nello spazio vulnerabile della cura, non è mai un oggetto disponibile. È un luogo delicato in cui l’altro ci consegna qualcosa di sé che non può essere semplicemente analizzato senza essere anche custodito.
Uno dei compiti più urgenti, oggi, è proprio questo: sottrarre la relazione alla sua riduzione psicologistica e restituirla alla sua verità fenomenologica ed etica. Tornare a pensare che nell’incontro non c’è solo un materiale da decifrare, ma una presenza da onorare. Tornare a comprendere che, in ogni autentico percorso di aiuto, non lavoriamo solo sui contenuti che emergono nella relazione, ma anche sulla qualità dell’essere-con che quella relazione rende possibile. Nella presenza condivisa, comincia a farsi strada qualcosa di simile alla cura.