La fame di significato
La fame di significato
Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come.” V. Frankl
Ci sono ferite che non chiedono soltanto di essere tamponate: chiedono di essere comprese dentro un orizzonte di senso.
Quando un ragazzo soffre, quando si perde, quando si spegne, la domanda più profonda che spesso abita il colloquio non è semplicemente: “Come faccio a stare meno male?”. La domanda, più radicale e più difficile, è un’altra: “Che significato ha quello che sto vivendo? Che posto ha dentro la mia storia? Per che cosa vale la pena attraversarlo?”
Si può aiutare un adolescente a funzionare un po’ meglio, a reggere l’ansia, a organizzarsi, a contenere il caos. Tutto questo è utile. E tuttavia resta insufficiente se non si tocca il nodo del significato. Senza senso, anche le strategie migliori rischiano di diventare manutenzione dell’esistente. Una sopravvivenza un po’ più ordinata. Un modo più efficiente di restare smarriti.
Frankl lo aveva compreso con una radicalità che ancora oggi ci interpella: l’essere umano è mosso da una volontà di significato, e quando questa si indebolisce emerge quel vuoto esistenziale che facilmente si trasforma in apatia, aggressività, dipendenza, depressione. Insiste sul fatto che non conta soltanto ciò che noi ci aspettiamo dalla vita, conta soprattutto ciò che la vita chiede a noi, qui, adesso, dentro questa precisa situazione. È una torsione decisiva. Sposta il baricentro dal lamento alla responsabilità, dalla riparazione immediata alla ricerca di una posizione interiore.
Con gli adolescenti di oggi questo lavoro è ancora più delicato. Vivono dentro una società che moltiplica stimoli, possibilità, immagini, prestazioni, confronti, e proprio per questo rende più fragile la percezione del senso. Si è circondati da occasioni e insieme impoveriti nella direzione. Si hanno mezzi, strumenti, connessioni, e sempre più spesso manca un perché capace di tenere insieme il dolore, il desiderio, la fatica di crescere. Frankl parlava di “vuoto esistenziale” e lo collegava anche al disagio delle giovani generazioni. A distanza di anni, quelle pagine suonano ancora terribilmente attuali.
Per questo, nelle sedute, cerco di abitare con loro quella domanda senza affrettarmi a chiuderla. Non mi interessa soltanto spegnere il sintomo. Mi interessa ascoltare che cosa quel sintomo sta dicendo della loro fame di significato, della loro fatica di trovare un posto, una direzione, un nome più vero per sé. A volte il primo passaggio non è “risolvere”. È restituire dignità alla domanda. È mostrare che il dolore non è sempre un guasto da eliminare in fretta; talvolta è un varco attraverso cui la vita costringe a cercare più in profondità.