Fragilità in ascolto
Qualche giorno fa, all’interno di un progetto che sto realizzando in una scuola con interventi educativi nelle classi più difficili, ho proposto un circle time in una classe di quindicenni sul tema della fragilità.
A un certo punto piangevano tutti.
Non era una scena drammatica nel senso spettacolare del termine.
Era piuttosto il momento in cui la realtà, quella che spesso rimane nascosta dietro i comportamenti e le etichette, prende finalmente parola.
Un ragazzo racconta cosa significa crescere senza un padre, morto quando era ancora bambino. Dice che gli mancano le cose più semplici: qualcuno che gli insegni come fare il nodo alla cravatta, qualcuno che gli dica se sta andando nella direzione giusta.
Un altro parla di un padre lontano, con un’altra famiglia. Dice che vorrebbe dirgli tutto quello che sente, ma ogni volta che prova a parlarci gli viene un nodo alla gola e non riesce a dire nulla.
Una ragazza vive cercando di essere forte per una madre devastata dalla violenza domestica. Un’altra racconta l’infanzia in casa famiglia e una casa in cui ancora oggi non si sente al sicuro. C’è chi ha dovuto chiamare i carabinieri mentre la madre veniva picchiata. C’è chi non riesce a finire il racconto degli abusi subiti da bambina perché le parole si fermano nel pianto. C’è chi si taglia il corpo e dice di non capire come i genitori possano non vedere quanto sta male.
Quando ascolti storie così capisci che forse qualcosa, nel modo in cui oggi parliamo di adolescenza, rischia di essere spostato.
Da anni ci chiediamo chi siano i nuovi adolescenti. Analizziamo i loro comportamenti, studiamo i loro disagi, proviamo a interpretare le loro fragilità. Ma a volte, stando davvero in ascolto, emerge un’altra domanda, più scomoda.
Chi sono gli adulti che questi ragazzi incontrano?
Molti adolescenti oggi crescono dentro famiglie attraversate da assenze, solitudini, violenze, depressioni, adulti che a loro volta stanno cercando un equilibrio che non riescono a trovare. In questo scenario accade qualcosa di sconcertante: il posto dell’adulto si indebolisce e spesso il figlio si ritrova a portare pesi che non dovrebbero appartenere alla sua età.
Non lo fa per scelta, naturalmente. Lo fa perché prova ad amare, perché prova a tenere insieme quello che intorno a lui rischia di rompersi. E così accade che ragazzi di quindici anni cerchino di essere forti per le madri, di sopportare silenzi impossibili con i padri, di attraversare paure che nessuno dovrebbe attraversare da solo.
In quel momento, mentre la classe piangeva insieme, ho pensato che forse la questione educativa più urgente non è soltanto capire meglio gli adolescenti. Forse la questione è tornare a interrogarci sul modo in cui noi adulti abitiamo il nostro posto.