Dall’eccesso alla chiusura
Dall’eccesso di godimento alla chiusura
Per molti anni il paradigma dominante della società occidentale è stato quello del godimento illimitato. Il capitalismo avanzato ha costruito la propria promessa attorno alla proliferazione dell’oggetto, alla disponibilità permanente, alla possibilità di colmare ogni mancanza attraverso il consumo. L’oggetto non veniva più semplicemente offerto, veniva esibito come risposta totale, come soluzione anticipata alla tensione del desiderio. Il soggetto era invitato a godere, a moltiplicare esperienze, a inseguire soddisfazioni sempre nuove, in un circuito che tendeva a cancellare l’attesa e a ridurre la distanza tra bisogno e appagamento.
In quella configurazione il desiderio subiva una trasformazione profonda. Non trovava spazio per strutturarsi come tensione verso ciò che manca, poiché l’oggetto si presentava come sempre già disponibile. L’eccesso di godimento finiva per saturare l’esperienza. Il soggetto, immerso in un ambiente di stimolazione continua, vedeva attenuarsi la forza del desiderio proprio a causa dell’abbondanza. La mancanza veniva neutralizzata, l’assenza sostituita dall’offerta, il vuoto riempito in anticipo.
Oggi si osserva un mutamento significativo. Il paradigma dell’eccesso lascia il posto a una tendenza più silenziosa, meno appariscente, e forse più radicale: la chiusura. Non più inseguimento compulsivo dell’oggetto, bensì ritiro dal legame. Non più proliferazione delle esperienze, bensì riduzione dell’esposizione. L’aperto viene percepito come rischio, il fuori come minaccia, l’incontro come potenziale destabilizzazione.
Sempre più giovani sembrano preferire la sicurezza alla felicità, la protezione alla scoperta, il controllo alla possibilità. L’esperienza dell’aperto, che per generazioni precedenti rappresentava promessa di espansione, oggi assume la forma dell’angoscia. L’incontro con l’altro, con il nuovo, con l’imprevedibile, viene vissuto come fattore perturbante. Il mondo esterno non appare come spazio di esplorazione, bensì come luogo di esposizione.
Questo spostamento rivela una trasformazione nel rapporto con il desiderio. Se nel paradigma del godimento illimitato il desiderio veniva spento dall’eccesso di soddisfazione, oggi si assiste a uno spegnimento che nasce dalla paura di esporsi alla mancanza stessa. Il desiderio implica apertura, implica vulnerabilità, implica accettazione dell’incertezza. Desiderare significa rischiare, poiché il desiderio si orienta verso ciò che non è garantito.
La chiusura attuale sembra rispondere a una esigenza di contenimento. Il soggetto preferisce un perimetro definito, uno spazio protetto, una realtà filtrata. L’ambiente digitale offre questa possibilità: controllo, selezione, distanza regolabile. Il legame può essere interrotto con un gesto, l’esposizione può essere modulata, l’incontro può essere evitato. In questa configurazione la sicurezza prevale sulla felicità, poiché la felicità comporta esposizione all’imprevedibile.
La paura di vivere emerge come disagio silenzioso. Non si manifesta necessariamente come ribellione o trasgressione, bensì come ritiro, come attenuazione della spinta verso l’esterno. L’angoscia non riguarda un oggetto specifico, riguarda l’apertura stessa. Il mondo viene percepito come troppo complesso, troppo instabile, troppo esigente. L’identità, fragile e ancora in formazione, cerca protezione piuttosto che espansione.
In questa condizione, il desiderio perde la propria dimensione trascendente. Non si orienta più verso un oltre, verso un progetto, verso un investimento che richiede tempo e attesa. Si riduce a gestione dell’immediato, a mantenimento di un equilibrio interno, a difesa dall’angoscia. L’aperto non viene attraversato, viene evitato.
Il compito educativo, in questo scenario, non consiste nel ripristinare il paradigma del godimento, né nel celebrare una libertà astratta. Si colloca piuttosto nella possibilità di rendere l’aperto nuovamente abitabile. Restituire al desiderio la sua dignità significa aiutare il soggetto a tollerare l’incertezza, a riconoscere che l’angoscia accompagna ogni esperienza autentica, a comprendere che la vita si offre come rischio e non come garanzia.
L’epoca attuale sembra oscillare tra due estremi: la saturazione e il ritiro. Tra l’oggetto che promette tutto e la paura che chiude ogni apertura. In entrambe le configurazioni il desiderio si indebolisce. Il primo lo consuma nell’eccesso, il secondo lo congela nella protezione.
Resta aperta la domanda su come riattivare una relazione con l’aperto che non sia pura esposizione né pura difesa, una relazione capace di sostenere l’angoscia senza trasformarla in paralisi. In questa tensione si gioca forse una delle questioni decisive per comprendere il disagio segreto delle nuove generazioni.